Renato Gentile

Autism: my shredded paper

Handicap & Verbal Behavior

Handicap e verbal behavior: l’anello mancante dell’evoluzione *

Renato Gentile
Dipartimento di Psicologia Università di Palermo, 1989

1. Nella notte dei tempi

Numerosi studi compiuti sullo sviluppo e sulla evoluzione della specie umana hanno portato a formulare l’ipotesi che il linguaggio verbale sia il risultato di un lungo e complesso processo evolutivo, un processo di lente trasformazioni attraverso il quale gli esseri viventi hanno perfezionato, selezionandoli da altri, alcuni caratteri adattivi che favoriscono la sopravvivenza del singolo e, quindi, della specie.
Alcuni dei caratteri comportamentali selezionati e sviluppati sono facilmente osservabili in ogni specie vivente: chi ha sviluppato la capacità di mimetizzarsi sia in acqua sia sulla terra ferma, chi una altissima velocità di fuga; chi produce potenti veleni e chi la capacità di metabolizzare sostanze tossiche. Altre specie invece, hanno sviluppato complessi sistemi di deambulazione o di orientamento per ritrovare luoghi, anche lontanissimi, adatti alla procreazione.
Queste “specializzazioni”, che rappresentano le caratteristiche peculiari di un determinato organismo, hanno favorito l’adattamento all’ambiente e garantito la conservazione della specie. Quando le caratteristiche geo-fisiche dell’ambiente ed il repertorio comportamentale delle specie che lo abitano si mantengono relativamente costanti (le variazioni sono infatti molto lente), si è in presenza di un perfetto equilibrio ecologico.
Il processo evolutivo interessa tutte le specie viventi del nostro pianeta; sotto la pressione ambientale alcune hanno “dovuto” modificare notevolmente i loro caratteri originari (ad esempio la balena ed il pinguino), fino a trovare un carattere “vincente”. In questa corsa evolutiva (che dura da milioni di anni), sono stati “favoriti”, nel senso che hanno sviluppato caratteri adattivi superiori come l’intelligenza, i primati terricoli a struttura sociale e, tra questi, l’uomo.
In seguito alla conquista della posizione eretta, l’uomo ha dovuto ideare una organizzazione sociale in grado di soddisfare le molteplici esigenze della vita di gruppo. Tutto ciò ha condotto l’uomo a sviluppare al massimo la capacità di apprendere e tesaurizzare le esperienze acquisite, troppo veloci e variabili per essere geneticamente “trascrivibili”, e di trasmetterle per via culturale.
La costante ricerca o la costruzione di un ambiente sicuro, l’assetto sociale del gruppo e la necessità di simbolizzare e trasmettere le conoscenze via via acquisite, hanno condotto l’uomo a sviluppare, con molta probabilità, il carattere di sopravvivenza sociale più complesso ed efficace di ogni altro, quello verbale. Come per l’evoluzione di un determinato comportamento sono state necessarie lente modificazioni strutturali dell’individuo (ad esempio, per la postura eretta le trasformazioni strutturali a livello delle articolazioni: ginocchio, colonna vertebrale e attaccatura dell’anca), analogamente per sviluppare il linguaggio verbale sono state necessarie complesse trasformazioni a livello anatomico (aree specifiche della corteccia e del sistema fonatorio).

Le analisi condotte sui reperti archeologici e soprattutto lo studio delle pareti del cranio dei nostri lontani antenati hanno confermato una lenta ma progressiva evoluzione dei centri del linguaggio. Nell’Homo habilis le circonvoluzioni dei lobi frontali (area di Broca) e parietali (area di Wernicke) erano già abbastanza sviluppate rispetto all’Homo erectus. Queste due aree, sviluppatissime nell’uomo del XX secolo, presiedono alla coordinazione dei molteplici sistemi implicati nel linguaggio. Le modificazioni a livello della struttura cerebrale non sono comunque sufficienti a spiegare singolarmente la nascita del linguaggio nei nostri antenati. Esse probabilmente rappresentano il risultato dell’attualizzazione del nuovo comportamento adattivo.
Un’ipotesi integrativa è lo sviluppo della socialità come gruppo ampio di persone, le cui interazioni sociali dovevano convergere verso il benessere dell’intero gruppo: ciò spiega la “necessità” di sviluppare una forma comportamentale nuova, come quella verbale. L’ipotesi dello sviluppo del linguaggio si basa quindi sulla presenza di una struttura sociale organizzata. Da solo l’uomo, molto probabilmente, non avrebbe potuto sviluppare una forma verbale così complessa.
In sintesi, l’aggregazione dei nostri antenati in gruppi, l’evoluzione dei centri cerebrali e degli organi “meccanici” della fonazione, portano a supporre che il linguaggio verbale si sia evoluto come comportamento adattivo, divenuto poi indispensabile per la sopravvivenza della specie, mentre altri caratteri (ad esempio la percezione olfattiva), sono divenuti di secondaria importanza per la sopravvivenza, al punto che il volume delle rispettive aree cerebrali si è progressivamente ridotto.
I benefici ottenuti dalla specie umana sono evidenti. Primi fra tutti la sopravvivenza e la stabilità del gruppo come struttura sociale, in secondo luogo l’arricchimento e l’accelerazione dell’evoluzione attraverso la trasmissione culturale; diversamente dalle altre specie viventi, che si comportano esclusivamente o prevalentemente secondo moduli comportamentali tramandati geneticamente, attraverso la selezione dei caratteri ereditari, o culturalmente, attraverso la selezione operata dall’ambiente mediante le sue conseguenze, l’uomo può modificare, modellandolo a vari livelli, il proprio ed altrui comportamento grazie al linguaggio. E’ più vantaggioso istruire un individuo su “che fare” e “come fare” piuttosto che guidarlo “silenziosamente” all’apprendimento attraverso una lunga serie di passaggi graduali.

2. Psicologia e Linguaggio

Lo studio del linguaggio non è di esclusiva competenza della psicologia; altre discipline, come la filosofia, la logica e la linguistica, si interessano del linguaggio perseguendo obiettivi diversi con metodi propri. La psicologia si è lungamente interessata all’apprendimento del linguaggio, un argomento che ha sempre affascinato molti ricercatori; infatti, nonostante la complessità della struttura linguistica, la maggior parte dei bambini riesce ad imparare a parlare nella propria lingua, in maniera più o meno rapida, senza ricevere particolari insegnamenti espliciti da parte dei genitori i quali si è visto mostrano maggior apprezzamento per una frase vera piuttosto che per una grammaticalmente corretta (Brown e Hanlon, 1970).
Data la natura ancora poco conosciuta dei meccanismi di apprendimento del linguaggio, molti autori chiamano in causa principi innatistici. Sicuramente i bambini sono organismi grammaticali, cioè predisposti ad apprendere comportamenti linguistici2. Sembra tuttavia difficile andare oltre questa affermazione ed accettare l’ipotesi innatistica per quel che riguarda processi e contenuti.
Altri autori hanno cercato di spiegare l’apprendimento del linguaggio come una forma complessa di condizionamento (il comportamento linguistico del bambino viene modellato su quello dell’adulto). Altri ancora si sono collegati con il più generale processo di sviluppo. Il biologo Piaget (1966) ad esempio ha subordinato lo sviluppo del linguaggio allo sviluppo cognitivo. Vygotskij (1983, 1990) invece, partendo dalla distinzione tra sviluppo naturale e culturale, giunge ad una conclusione diversa: cioè che il linguaggio nasca come strumento di socializzazione in un primo momento indipendente dal pensiero e solo successivamente venga ad interagire con esso. Bruner (1975) infine, enfatizza l’importanza dell’ambiente sociale per lo sviluppo linguistico sottolineando il ruolo del bambino nell’osservare le modalità secondo le quali il linguaggio viene utilizzato.
Le “teorie” appena delineate ma sarebbe opportuno definirle posizioni teoretiche, hanno monopolizzato l’orientamento accademico, squisitamente speculativo, della psicologia di questo secolo. Infatti gli studi sulla acquisizione del linguaggio e le teorie “derivate”, hanno trascurato lo studio di un aspetto psicologico fondamentale, quello della sua funzione verbale all’interno della comunità di simili. Se il linguaggio verbale rappresenta un comportamento esclusivo della specie umana, è necessario studiare quali proprietà possieda tale comportamento per meglio comprenderne anche la natura e le modalità di acquisizione.

3. Analisi del comportamento e linguaggio

Un autore che ha indicato la necessità di percorrere questa direzione di ricerca è stato B. F. Skinner, anche se il suo libro Verbal Behavior (1957), non ha avuto molto successo, non solo nella comunità scientifica psicologica, ma neppure all’interno della più ristretta cerchia dei comportamentisti: è stato infatti “dimenticato” per quasi venti anni, un po’ a causa della cosiddetta rivoluzione cognitivista, un po’ perché‚ il libro è stato scambiato per quello che in realtà non era. Solo in tempi più recenti è stato riscoperto e preso per ciò che veramente rappresenta: non già una analisi sperimentale a sostegno di una teoria ma una proposta teorico-metodologica per lo studio del comportamento verbale.
Il lavoro di Skinner cerca di analizzare obiettivamente l’evento verbale evidenziandone i due aspetti complementari: il comportamento di chi parla ed il comportamento di chi ascolta. Da questi punti di vista distinti, ascoltatore e parlante, è possibile osservare e valutare ciò che un evento verbale è in grado di produrre nel soggetto che ascolta sia in termini di comportamento verbale sia in termini di comportamento non verbale.
Questa analisi ha permesso di individuare e definire alcune unità significative per lo studio del comportamento, gli operanti verbali (mand, tact, ecoico, testuale etc.). La ricerca ha poi isolato e studiato, con opportuni paradigmi sperimentali, le proprietà funzionali del comportamento verbale.

3.1 L’operante verbale

L’operante rappresenta l’unità di analisi che Skinner identifica nello studio del comportamento non verbale. Egli considera inadeguato il termine “risposta” abitualmente impiegato in psicologia sia perché‚ si tratta di una parola presa a prestito dal campo dell’azione riflessa, con forte connotazione fisiologica, sia perché rende difficile l’applicazione del criterio scientifico di previsione e controllo (post visione). Una risposta che si è già presentata non può naturalmente essere predetta e controllata. Possiamo soltanto predire che risposte simili (corsivo dell’autore) si presenteranno in futuro. L’unità di misura di una scienza in grado di predire non è perciò una risposta ma una classe di risposte (Skinner, 1953, pag. 91 ed. it.). Il termine operante descrive questa classe di risposte (Skinner, 1953) in base al loro effetto comune sull’ambiente. La definizione di operante indica quindi l’esistenza di una relazione funzionale tra eventi.
Skinner (1957), adotta l’operante come unità di analisi anche per lo studio del comportamento verbale. Una trattazione estesa degli operanti verbali va al di là degli scopi di questo lavoro (per chi fosse interessato a questa tematica (cfr. Moderato, Chase, Gentile e Presti, in press): pertanto, in questa sede, ci occuperemo di due operanti in particolare, tact e mand. L’analisi di queste due relazioni è necessaria, ed anche sufficiente, per la comprensione delle seconda parte di questo lavoro. Viene definita tact l’emissione verbale controllata da uno stimolo discriminativo di natura non verbale: un oggetto, un evento, una proprietà dell’oggetto e dell’evento o una relazione tra oggetti ed eventi (Skinner, 1975). Ad esempio, la parola “mamma” pronunciata da un bambino alla vista del genitore o in presenza della sua foto, l’espressione “sono annoiato” o “fuori piove” rappresentano espressioni tact. La conseguenza rinforzante dell’emissione tact è generalizzata, l’ascoltatore può dire “bravo” al bambino e rispondere “pazienza” o “governo ladro” alle altre espressioni citate.
Nell’analisi funzionale del comportamento, un mand è un operante verbale sottoposto al controllo funzionale di condizioni rilevanti di deprivazione o di stimolazione aversiva (Skinner, 1957) o di situazioni che rendono altri stimoli rinforzi specifici (establishing operation) (Michael, 1982), e rinforzato da una conseguenza specifica mediata dal comportamento dall’ascoltatore; il bambino che chiede “acqua”, l’automobilista che chiede “il pieno” ad una stazione di servizio, attivano un comportamento da parte dell’ascoltatore: dare l’acqua al bambino, rifornire l’auto di carburante.
Alcune forme verbali possiedono determinate caratteristiche in grado di generare conseguenze diverse nell’ambiente, come quella di attivare il comportamento di un nostro simile. Lo studio degli operanti verbali non può quindi prescindere dall’analisi delle proprietà funzionali del linguaggio che questi evidenziano.

3.2 Le funzioni del linguaggio

Molti studiosi hanno cercato di fare luce su ciò che il linguaggio verbale produce in termini di comportamento osservabile. Lo studio del comportamento di colui che ascolta rappresenta il tentativo di analizzare le relazioni che si stabiliscono tra gli eventi verbali, emessi dal parlante, il comportamento verbale e non verbale di un ascoltatore e le conseguenze ambientali che mantengono tale comportamento. Questo studio prende il nome di analisi funzionale del comportamento verbale.
Il problema della definizione delle proprietà funzionali del linguaggio è stato già affrontato, in passato, nella letteratura psicologica con vari tentativi di classificazione che hanno prodotto elenchi, più o meno ampi e dettagliati, delle caratteristiche definenti. Miller (1965), ad esempio, ne identifica sette; Hochett parte da sette (1958), e giunge ad elencarne sedici (1963); Osgood (1980), arricchisce queste sedici caratteristiche con dieci criteri di definizione. Questi autori, al di là dal fatto che evidenziano aspetti non sempre univoci, utilizzano termini che raramente esprimono proprietà osservabili e quantificabili, il che ha reso difficile isolare dal contesto unità significative di analisi definibili in termini operativi.
Abitualmente vengono distinti due aspetti fondamentali del linguaggio: la funzione comunicativa e quella simbolica3. L’attività di comunicazione di per sé‚ è comune ad altre specie animali: in queste tuttavia, la forma comunicativa si esplica principalmente tramite segnali4 che, sebbene possano assumere forme vocali, sono di natura non verbale in quanto non possiedono quelle caratteristiche di arbitrarietà e bidirezionalità tipiche del comportamento verbale (discuteremo tra breve queste proprietà). La forma naturale di comunicazione tra animali è di tipo non verbale e, comunque, priva di caratteristiche simboliche. La funzione simbolica può essere appresa, artificialmente5, da alcuni animali “intelligenti” mediante complesse procedure di insegnamento (vedi ad esempio i lavori condotti sui noti primati Vashoe, Sarah e Coco).
Nell’uomo la funzione simbolica si costruisce in modo naturale socialmente, attraverso la comunicazione verbale: la funzione comunicativa e la funzione simbolica del linguaggio si strutturano gradualmente, fino a svilupparsi completamente, attraverso un complesso processo di educazione culturale. Questo processo di acquisizione è reso “automatico” dagli interventi educativi che caratterizzano lo sviluppo umano.
Le interazioni verbali umane, quindi, possiedono alcune proprietà che le rendono probabilmente uniche. Tornando alla ipotesi di una evoluzione verbale modellata dal progressivo stabilirsi di rapporti sociali finalizzati alla sopravvivenza, due esempi della complessa combinazione della funzione comunicativa e di quella simbolico astratta potrebbero essere il comportamento di un gruppo che pianifica la cattura di una preda ed il comportamento di una persona che spiega agli altri il funzionamento di una trappola. In questi esempi il linguaggio, da un lato, serve a comunicare informazioni, conoscenze, intenzioni e idee, dall’altro, a produrre modificazioni nel comportamento, inteso nel senso più ampio del termine, di chi ascolta. Questo aspetto del linguaggio rappresenta l’oggetto di studio della semiosi, la scienza che studia “il rapporto in cui qualcuno produce qualcosa per dire qualcosa a qualcun altro. Se io ti do un panino e tu lo mangi non facciamo semiosi. Se ti dico ‘vammi a comprare un panino’, allora facciamo semiosi. Perché‚ il panino non è qua, tu capisci di cosa parlo, senti che ti do un comando, capisci che ci sono rapporti commerciali poiché‚ il panino si compra e non si ruba. La semiotica si occupa di questi fatti” (Eco, 1992). Anche la psicologia, per lo meno quella che studia le proprietà funzionali del comportamento verbale6.

3.3 Il comportamento verbale: le proprietà funzionali

Il comportamento umano che precede, da un punto di vista ontogenetico e filogenetico, l’acquisizione del linguaggio è pressoché sovrapponibile a quello degli organismi non umani, anche se si presenta generalmente più complesso. Ben presto tuttavia si evidenziano drammatiche differenze. Mentre il comportamento animale, laddove non è programmato geneticamente, risulta sistematicamente guidato solo dai pattern di contingenza presenti nell’ambiente naturale, nel comportamento umano, man mano che si sviluppa il linguaggio, si osserva una progressivo distacco dalle contingenze ambientali (Baron e Galizio, 1983; Lowe, 1979; Skinner, 1969) e una crescente “attenzione” alle istruzioni verbali. “Stai attento quando sposti una pietra in montagna”, “non ripararti sotto gli alberi durante il temporale”, sono istruzioni che descrivono le precauzioni da adottare se si vuole evitare di morire avvelenati per il morso di una vipera o colpiti da un fulmine sotto un albero. Il comportamento suggerito dalla regola viene adottato, generalmente, anche se la situazione descritta non si è mai verificata o, addirittura, se le contingenze mostrano una realtà contraria. Alcuni portano sempre in borsa l’ombrello anche se il tempo non minaccia pioggia, altri invece continuano a non portarlo neanche quando piove (nella speranza che presto smetta).
Il comportamento verbale possiede questa originale caratteristica, quella di modificare il comportamento di chi ascolta aggirando la funzione dell’esperienza: il comportamento verbale genera nell’essere umano moduli di risposta che rendono inefficace il ruolo della contingenza (Hayes, 1986). Questa peculiarità, che rende il linguaggio umano unico ed originale, diverso cioè dagli altri “linguaggi” atti a comunicare comportamenti stabili7, è di fondamentale interesse per la ricerca. Dall’analisi di questa proprietà prendono il via le ipotesi di ricerca sulle altre proprietà funzionali del comportamento verbale. Gli aspetti che caratterizzano funzionalmente il comportamento verbale sono, secondo Catania (1986), tre: il controllo istruzionale, le relazioni di equivalenza e i processi autoclitici. Queste caratteristiche saranno ora analizzate nei dettagli cercando di evidenziare quegli aspetti che possono risultare utili per l’analisi linguistica dei soggetti con deficit verbale e per la conseguente progettazione di metodologie di intervento rieducativo.

3.4 Controllo istruzionale e …

La funzione centrale del comportamento verbale è chiamata controllo istruzionale: con questo termine ci si riferisce alla possibilità che il comportamento verbale offre a ciascun individuo di istruire un altro individuo, cioè di modificare e mantenere il comportamento di un organismo verbalmente competente8. Nell’invitare qualcuno a passarci il sale, a ripetere un capitolo di storia, a prestare attenzione ad un evento, a classificare e organizzare una serie di stimoli e a ricordarne altri, lo scopo di ciascuna espressione verbale è favorire l’apprendimento di un contenuto o produrre una determinata sequenza di azioni. Le ricette culinarie, il manuale per l’uso di un elettrodomestico, questo volume (nelle speranze degli autori), sono tutti esempi di “istruzioni” verbali in grado di “insegnare” e avviare un comportamento.
Mediante le espressioni verbali si può alterare la probabilità di emissione di un determinato comportamento in chi ci ascolta: avvisando una persona che sta per uscire da casa “che sta piovendo”, si agisce sulla probabilità che quella persona porti con sé l’ombrello anche se non ha constatato direttamente le condizioni atmosferiche. Allo stesso modo, il grido “al fuoco” dovrebbe determinare variazioni nel comportamento dei passeggeri di una nave anche se non hanno ancora visto le fiamme. L’evento verbale di colui che parla, rappresenta quindi uno stimolo discriminativo per il comportamento di chi ascolta anche se l’evento è distante nello spazio o nel tempo (Skinner, 1969). Tuttavia la natura e le caratteristiche di questo stimolo discriminativo restano ancora in gran parte da definire.
Le corrispondenze fra comportamento verbale ed eventi ambientali sono mantenute vive dalla comunità verbale. Infatti, solo se queste relazioni rimangono congruenti possono diventare veri e propri stimoli discriminativi importanti per la comunità; la favola del bambino che gridava “al lupo” mostra come il comportamento del parlante può diventare inefficace se, a lungo andare, viene a mancare la corrispondenza con l’evento ambientale.

3.4 … Rule-governed behavior

Dal controllo istruzionale deriva una caratteristica particolare del comportamento umano, quella di essere “governato” da regole9. La regola è una istruzione verbale che descrive le relazioni esistenti fra gli eventi antecedenti, il comportamento e le sue conseguenze. In questo caso le contingenze ambientali, cioè l’esperienza diretta, vengono sostituite da uno stimolo verbale: i genitori che dicono al loro bambino “Se tocchi la pentola ti bruci” esplicitano una regola (descrittiva) che sostituisce o anticipa l’esperienza diretta. La regola, in questo caso, permette di evitare la “spiacevole” esperienza di bruciarsi la mano.
Stabilire un comportamento “regolato” è, in molti casi, sicuramente vantaggioso per l’individuo, soprattutto quando le relazioni di contingenza non si presentano in stretta sequenza temporale, come nel caso del bambino che si inzuppa sotto la pioggia e solo dopo diverse ore inizia ad accusare i sintomi del raffreddore. Oppure quando le relazioni di contingenza non sono efficaci (cioè costanti): ad esempio si può essere stati varie volte sotto un albero durante un temporale senza che sia accaduto niente.
Alcune esperienze possono quindi risultare inconsistenti ed insufficienti a stabilire un apprendimento, essere molto lente a modellarlo o cruciali per la vita dell’individuo: in questo caso diventa quindi utile trasmettere moduli comportamentali “adattivi” mediante le regole verbali. Questo modulo comportamentale può essere, a nostro parere, classificato come comportamento “culturale specifico”10 (parafrasando specie-specifico) di un gruppo omogeneo di persone. In altri termini, il comportamento rule-governed svolge la funzione di “scrivere” una determinata informazione nel nostro codice non-genetico, quello culturale. I Dieci Comandamenti ed altre regole morali hanno svolto, e svolgono, questa funzione di regolazione del comportamento. Le norme educative rappresentano anch’esse richieste comportamentali precise.
In sintesi questa proprietà funzionale del comportamento verbale produce la caratteristica, tipicamente umana, di trasformare determinati comportamenti acquisiti in una sorta di schemi ad azione fissa (FAP), in grado di mantenere costanti alcuni moduli comportamentali, “utili” alla sopravvivenza, anche quando le contingenze esterne non rendono ragione di quel determinato comportamento.
In una prospettiva ontogenetica si può ipotizzare che la specie umana abbia perso, nel corso dei millenni, alcuni comportamenti innati, molto rigidi, che molto probabilmente non erano più necessari vista la velocità di evoluzione cui si è indirizzata la nostra specie. L’uomo ha così acquisito una modalità di “trascrizione” (cioè di trasmissione stabile) di quei comportamenti utili alla sopravvivenza da emettere in modo costante, per affrontare senza troppo rischio quei casi in cui le contingenze non sono chiare, o sono troppo lente, o non corrispondono a ciò che realmente la situazione richiede. Le regole producono quelle stereotipie comportamentali, che variano da gruppo a gruppo, utili alla sopravvivenza. Quando non sono più utili, possono essere facilmente estinte o sostituite da altre.

3.5 Classi di equivalenza e…

La seconda proprietà funzionale del comportamento verbale, definita classi o relazioni di equivalenza (Sidman, 1978, 1982), costituisce ciò che differenzia un sistema rigido di comunicazione per segnali da un sistema continuamente modificabile di relazioni arbitrarie e generalizzate tra stimoli di diversa natura. Essa rappresenta un aspetto di fondamentale importanza per l’apprendimento del linguaggio: lo studio delle classi di equivalenza, infatti, analizza quel processo in base al quale taluni stimoli, verbali e non, acquistano il medesimo valore di altri stimoli.
Una caratteristica fondamentale del linguaggio verbale è rappresentata dalla arbitrarietà11 della relazione tra i fonemi che costituiscono la parola e l’oggetto o il concetto che essa significa. Tra i segni ed i loro referenti non esiste una relazione basata su similitudini fisiche degli stimoli. N‚ la parola scritta L A T T E, n‚ il suono della parola “latte” possiedono alcuna somiglianza, relazione o corrispondenza con il liquido bianco prodotto da un mammifero. Inoltre, la parola che esprime il concetto di latte viene utilizzata in una serie di varie accezioni che la rendono equivalente, per alcune caratteristiche, alla sostanza prodotta dai mammiferi anche se totalmente diversa nella struttura e nella composizione: latte di mandorla, latte detergente, latte di soia. Anche la scelta dei significati è arbitraria in quanto dipende dalla cultura della comunità verbale che li utilizza: il linguaggio (slang) di adolescenti fans della musica rock o dei tifosi di calcio evidenzia come taluni significati vengano legati a termini verbali completamente diversi da quelli utilizzati normalmente nella stessa società di appartenenza.
Gli stimoli verbali diventano equivalenti tramite un processo di apprendimento: il bambino impara a selezionare, tra diversi stimoli, il bicchiere di latte quando gli viene chiesto “latte”, a dire “latte” quando vede il bicchiere pieno o, più avanti, a comporre le lettere L A T T E quando gli si chiede di scrivere latte12.
In questo caso stimoli dalle caratteristiche fisiche molto eterogenee, scelti arbitrariamente, diventano equivalenti nelle loro proprietà funzionali: suono della parola, segno grafico, bicchiere pieno di latte, acquistano lo stesso valore. Si può scrivere la parola latte, leggerla, dire latte in presenza del biberon, consegnare il latte a qualcuno che ne fa richiesta. Tutti questi stimoli, una volta acquisiti, risultano equivalenti; tali relazioni di equivalenza si stabiliscono esclusivamente con stimoli verbali.

3.5.1 …lo studio sperimentale della comprensione

La possibilità di stabilire relazioni arbitrarie di equivalenza tra stimoli mette maggiormente in risalto i due aspetti fondamentali del linguaggio umano: la natura socioculturale del comportamento verbale e la capacità tipicamente umana di comunicare utilizzando forme simboliche. Le relazioni di equivalenza rappresentano il processo che sta alla base dei comportamenti simbolici che l’uomo è in grado di mettere in atto. Lettura, scrittura e linguaggio verbale sono l’esempio più evidente della capacità “simbolica” dell’uomo. Altre forme sono la simbolizzazione astratta, come quella utilizzata nella soluzione di problemi e nelle rappresentazioni matematiche o nelle espressioni umoristiche13.
Si potrebbe sostenere che l’equivalenza tra stimoli rappresenta una sorta di “vocabolario” della comprensione verbale. Se così è, le prospettive educative potrebbero trarre enorme vantaggio da queste nuove fonti di sperimentazione.
Le proprietà strutturali di base delle classi di equivalenza sono semplici elementi definiti, tecnicamente, nodi e singoli. La configurazione strutturale che lega questi elementi stabilisce determinati rapporti di equivalenza tra uno stimolo e l’altro; ciò permette il “funzionamento” di questa proprietà verbale (Field e Verhale, 1987). Si potrebbe fare una analogia, puramente metaforica, con le sinapsi delle cellule neuronali: le sinapsi sono la base della trasmissione nervosa, le classi di stimoli equivalenti sono la base della trasmissione culturale. Entrambe le strutture sono potenzialmente presenti in ogni organismo umano: ma la condizione necessaria per il loro sviluppo è funzione di determinati altri eventi ambientali (la dieta, le stimolazioni etc.).

3.6 Processi Autoclitici

L’ultima proprietà funzionale del comportamento verbale indicata da Catania (1984), è rappresentata da processi che riguardano quasi esclusivamente il comportamento del parlante, i processi autoclitici, cioè quegli “atteggiamenti proposizionali” come le asserzioni, le negazioni, le quantificazioni etc. Questa proprietà si riferisce quindi alla possibilità del parlante di modificare l’impatto (effetto) di una frase sull’ascoltatore, ciò‚ di variare la struttura formale di una espressione verbale, al fine di produrre, con molta probabilità, una determinata risposta nell’ascoltatore. Ad esempio, frasi come “non c’è più latte” oppure “temo che non ci sia più latte” hanno un effetto diverso sull’ascoltatore. Nel primo caso l’interlocutore si accingerà, molto probabilmente, ad andarne a comprare una confezione o, in particolari situazioni, a chiederne una in prestito al vicino di casa; nella seconda espressione invece, è più probabile che l’ascoltatore vada a guardare se nel frigo c’è ancora qualche bottiglia. Il processo autoclitico consiste quindi nella possibilità di modificare la probabilità che ad uno stimolo verbale segua, da parte di chi ascolta, una data azione. Il parlante deve quindi essere in grado di discriminare gli effetti che le due affermazioni possono avere sul comportamento di chi ascolta e scegliere di usare l’una o l’altra espressione. Esempi più raffinati e complessi di autoclitiche possono essere rintracciati nelle proposizioni verbali del Tenente Colombo, e negli interrogatori dell’intramontabile Perry Mason.
Con la descrizione di questa proprietà, che rappresenta un altro aspetto molto importante del complesso apparato comportamentale verbale dell’uomo, si chiude questa breve rassegna sulle dimensioni funzionali del comportamento verbale.

— continua —

** parzialmente tratto ed ispirato alla mia tesi di specializzazione, Siena 1988.
Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5 Italia.

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